Il racconto seguente concerne un esercizio di storytelling, il quale richiedeva di inventare una storia partendo da una foto a scelta tra le 120 di Vivian Maier esposte a Trastevere fino allo scorso Giugno.

 

L’Orsa Bianca

6:48. La solita sveglia: le urla strappa-infarto della figlia di quei cacacazzo dei Lauper al piano di sopra. 11 mesi e l’ugola di una 17enne a cui la madre sta strappando il poster in camera di James Dean; e non uno piccolo qualsiasi, no: la gigantografia attaccata alla porta di fronte al letto. Quella alla quale dà la buona notte e il buongiorno. Un futuro da cantante assicurato, praticamente.
Passai la quotidiana mezz’ora sotto le coperte senza fare nulla, con la solita sequenza: testa sotto il cuscino, gamba a penzoloni che scappa dalle lenzuola e la punta dell’alluce che tocca la locomotiva di legno lasciata lì la sera prima, sbadiglio per lavare le guance e le cispe negli occhi che non mi fanno vedere bene che giorno della settimana sia.
Appena rinsavito scesi a prende la dose giornaliera di quella merda di pane e uova che tanto piace ai miei. Mio padre era uscito presto e mia madre era già al terzo “Ricordarti di studiare” della mattinata. Che palle.
Mia sorella era lì che ascoltava alla radio un certo Elvis Presley. Pare fosse un porco, ma fico. Mentre mia madre lavava i piatti m’ero già cambiato, forse m’ero scordato di pulire i denti.
Ci ritrovammo alle 11:00 tutti nel cortiletto sotto da Ethan, il mio migliore amico.
Ethan era l’ultimo dei Bernanke: tre fratelli di famiglia ebraica. Noah era il maggiore, Joshua quello di mezzo, ma lui e la fede si cacavano poco. Indossava camicie a quadri per sentirsi più americano e si faceva chiamare Joe per abbreviare. Almeno così diceva ai suoi, ma noi sapevamo che era una cazzata.
Christopher Robinson era il più ricco di tutti e arrivava sempre accompagnato in Taxi, col suo giacchetto di jeans Levis e i capelli pettinati.
Aspettammo, come al solito, James Young, ma lui era giustificato: abitava dall’altra parte della città. Quelle che non giustificavamo mai erano le ragazze: Ella e Bella.
Lo so, sembra una linea di vestiti, invece Ella Thompson era stata chiamata così dai genitori perché patiti della Fitzgerald; Bella invece era la figlia dei Rizzo, gli italiani.
Ogni tanto andavamo tutti a cena da loro. Avevano un pizzeria, e ci divertivamo sempre a sentirli chiamare la figlia: “Isabella! Isabella!” Noi non lo pronunciavamo mai per intero, non suonava bene come quando lo urlavano i Rizzo.
Arrivati tutti componemmo le squadre, sempre le stesse:
Io e Ethan coppia fissa, Ella e Bella uguale. Una coppia da una parte e una dall’altra.
Con noi giocava Chris perché era alto e copriva bene tutta la porta.
L’altro alto era Ethan e di conseguenza finiva con l’altra squadra.
Rimanevano fuori sempre Joe e Jamie, ma sceglievamo spesso Joe per due motivi: primo perché era permaloso e se non l’avessimo scelto c’avrebbe sicuramente rifilato qualche scherzetto bastardo, secondo perché sapevamo tutti che Bella aveva una cotta per Jamie.
Gli stava attaccata come le cozze allo scoglio. E Jamie le sembianze dello scoglio ce le aveva. Squadre fatte. Eravamo tutti pronti a calciare il pallone quando ci accorgemmo che l’aveva sequestrato il signor Tucker, quel maledetto. Non l’abbiamo mai potuto soffrire, e lui a noi. Mamma dice che non è sempre stato così e che una volta era accogliente e premuroso.
Dice che la morte di Aveline l’aveva reso il burbero che conoscevamo.
Pare che prima di partire per la guerra giocassero a pensare a come sarebbe morto prima lui, o in battaglia o per un’infezione in seguito a una ferita sul campo.
Invece mentre stava festeggiando la vittoria sui nazisti e si scolava una bottiglia di buon vino francese, gli arrivò la notizia della morte della moglie. Strozzata coi peli della gatta Purry mentre le lisciava il pelo. Che nome stronzo per un gatto. Chiunque l’avesse chiamata così meritava di morire strozzato. O forse era stato proprio il gatto a soffiarglielo in gola, per vendetta.
Gli urlai contro ancora una volta di ridarmi il pallone. – “Non ti do un bel niente finché non ve ne andate da qui, tu e quella tua magliettina da marinario, stronzetto di un Robert White! E prova a mandarmi di nuovo tuo padre!” – Aveva sempre la risposta pronta.
Il sole era ormai alto e iniziava a fare caldo, quando qualcosa attirò l’attenzione di Bella. Questa volta non guardava Jamie. Che si fosse svegliata? Che avesse cambiato gusti e avesse lasciato perdere quello scoglio di Jamie per il ciuffo biondo e prezioso di Chris?
No, non guardava nemmeno Chris. Guardava oltre lui.
Il signor Tucker approfittò della distrazione e iniziò a dirigersi in casa, lasciandoci il pallone in un angolo. I primi a girarci incuriositi, subito dopo l’occhiata di Jamie, fummo io ed Ethan.
Ella e Noah seguirono per un po’ il signor Tucker per aspettare che entrasse e poi prendere il pallone. Noi, nel girarci, ci stavamo anche un po’ cacando sotto: quella era zona dei Morello. Una volta voltati scorgemmo quello che sembrava un orso. Di solito di quella portata erano giocatori di basket o football americano e invece vedemmo in controluce la sagoma di una donna. Aveva in mano una strana macchinetta fotografica. Durò tutto un secondo:
apparve, scatto, tornò dietro l’angolo. Chris non fece neanche in tempo a girarsi per vederla. Tuttavia catturò la nostra attenzione e decidemmo che quel giorno non avremmo giocato a calcio. Era l’inizio di una lunga settimana che non avremmo mai più dimenticato.

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